Un fiore d'acciaio


Mariachiara, un fiore d'acciaio
di Michela fregona

dal libro di Lucia Baldini e Michela Fregona
Tango Malìa - edizioni Postcart, Roma 2005

 


Rosso. L’orlo della gonna sospira ed esce a tratti dal buio della scena. Caviglia, fianchi, labbra: un respiro unico, sospeso.
Tutta la musica ballata si raccoglie in quei pochi passi, in bilico tra fuoco e fuori fuoco, mentre Evaristo Carriego muore per l’ennesima volta. E’ solo un istante, prima del fermoimmagine: gli occhi si alzano, all’improvviso, e guardano. Direttamente oltre: la scena, l’obiettivo, il monitor. Al di là di tutto. E proiettano Mariachiara fuori dal buio.

Il primo tango della mia vita è stato Sarabasa di Carlos Carlsen, suonato dal Cuarteto Cedròn. Poi è venuto A Evaristo Carriego.

1987, in una Venezia da tour operator e da vetrinista, con l’inquietudine di qualcosa di incompleto.

Mi ero registrata una musicassetta: lo stesso tango in continuazione, su entrambi i lati. Lo ascoltavo sempre: in giro per le calli, prima di andare a dormire. Mi ci sentivo completamente identificata. A un certo punto ho detto basta. Mi sono guardata allo specchio e ho deciso: la casa la affitto e parto per Buenos Aires con le valige invernali. Dovevano essere tre mesi; ci sono rimasta un anno intero. Estate compresa, nonostante i miei maglioni di lana. Sono tornata solo a Natale: ho chiuso casa definitivamente. Poi ho preso di nuovo l’aereo, per la mia nuova vita.

Un altro passo nella storia di Mariachiara Michieli: sotto il cielo disordinato di Buenos Aires, nella luce del mattino. 

Avevo un metro di balcone, che era quasi più grande di tutto l’appartamento. E’ stato il periodo più romantico dal punto di vista del tango insieme a me: mi sentivo estremamente povera, ma anche estremamente valiente. Ed ero un animale raro: non si usava, allora, che una ragazza europea andasse da sola in Argentina a studiare seriamente il tango.

Quando ricorda i suoi maestri, nel volto si stende la dolcezza. Un altro sguardo al di là.

Da Antonio Todaro andavo a prendere lezione al mattino, intorno alle 10. Antonio mi proteggeva dal punto di vista del ballo: Devi difendere i tuoi piedi, mi diceva. E’ stato lui a presentarmi Pepito…

Le sopracciglia sempre all’erta, pronte a comunicare ogni mutamento del cuore, infilate in un viso rotondo. Era un omino, Pepito Avellaneda. Ma con le ali ai piedi: 

Quando l’ho incontrato la prima volta sono stata sincera. Ho detto solo tre cose: sono straniera, ma ho tanta fame di imparare; voglio vivere qui; non ho una lira. Pepito è diventato un papà indescrivibile: aveva tutti i difetti del buono nell’anima. Facevo lezione con lui dopo essere stata da Antonio.

A metà pomeriggio, un giro in pasticceria per comperare le facturas: un pacchettino tenero e croccante, che viaggiava fino alla milonga dove viveva Miguel Balmaceda. 

Il mio primo maestro. Da lui ho imparato il senso della densità della danza. Per nove mesi non ha fatto fare altro che i passi di base: scacciava gli alunni che vedeva ballare senza aplomb. Con Miguel la lezione iniziava alle 18. Alle 21 c’era la pratica collettiva: si mangiava una pizza, e poi si ballava in milonga fino alle 4, alle 5… alle 6 del mattino, quando arrivavo a casa e facevo i miei sacrosanti pianti. Ma alle 10 ero di nuovo in piedi.

L’alba di un nuovo giorno, a Buenos Aires. 

Era come se mi avessero partorito un’altra volta: sono sempre stata un carattere violento e ribelle. Lì, nel tango, ho trovato serenità e dolcezza. E libertà era sentirsi assolutamente al mondo che vivevo: non ho mai provato tanto senso di ingiustizia e tanta felicità insieme. In quei giorni ho capito cos’era quello che mi aveva sempre fatto stare male: la violenza della mancanza di un rapporto vivo con la realtà che mi circondava.

Perché a Buenos Aires, allora, la poesia camminava per strada, con i piedi scalzi. E quando decideva di fermarsi, lo faceva in maniera sorprendente: 

In Canning già dal corridoio ti raggiungeva una musica bellissima. Poi entravi, e vedevi: tutti quei vecchi, quella gente di ottant’anni, abbracciata. Che ballava. Capivi che la tua vita va molto più in là di quello che ti dicono. Quella poesia, quella ricchezza di sentimenti che sembravano palpabili sono stati come un ceffone. Allora non c’erano i turisti di oggi: siamo noi che abbiamo costretto gli argentini a venderci qualcosa; e il tango non è più stato quello che per loro era stato da sempre: una cosa bella da vivere. Ma prima c’era la sapienza, c’era chi dirigeva il gioco. Qualsiasi ola creativa veniva canalizzata dai vecchi. Apprendendo come ci si comporta in una milonga, apprendevi la condotta per essere un tanguero, per pensare e vivere come un tanguero. Bastava un gesto, una piccola frase. Il vecchio ti diceva: No, nene. Era sufficiente: ma non era come l’educazione o l’imposizione di regole. Allora ti mettevano in condizione di capirli sinceramente, e comprendere meglio la poesia che ne traspariva.

Ancora un istante a Canning e ai suoi riti, nel tempo sospeso degli abbracci. 

Per me il tango è soprattutto tenerezza, non sensualità: è la complicità che possono avere due persone malgrado quello che sono nella vita.

Buenos Aires saluta, con una ruga amara: 

Noi europei abbiamo imposto agli argentini di insegnare sempre di più e più diversamente. In Europa tutti hanno le esigenze dei ballerini professionisti senza averne la mentalità, il corpo, la muscolatura e la preparazione.

Negli occhi di Mariachiara passano le luci di tutti i teatri riempiti, al fianco di Alejandro Aquino e della Compañia Tangueros: New York, Londra, Parigi. Una fuga di ribalte accompagnate dal successo. Fino all’ultima coreografia ballata da protagonista, l’11 agosto 1996. Ancora una volta, A Evaristo Carriego. Un altro passo nel gioco sibillino delle coincidenze, così caro al tango: in ogni fine un nuovo principio. Così l’orlo della gonna rossa torna a muoversi: forse Mariachiara sta uscendo dallo schermo. O, forse, sta entrando in una nuova storia. Certo è che il suo sguardo continua a traguardare. 

Il tango è un linguaggio coreografico, ma è anche una espressione che va al di là della sua stessa storia: un enorme canzoniere popolare, fatto di musica e di danza.

E la direzione è chiara: 

Lavorare nella tradizione di quanto visto tra le righe del tango autentico senza trascurare il secolo in cui viviamo. Non perché è stato insegnato da una massa anonima di gente il tango vale meno: è invece una danza che va portata allo stesso livello delle altre, un’arte completa che ha la sua verità nel corpo, anche se viene sempre minimizzata. Forse è che il tango è una causa persa: dunque, una delle poche per cui valga la pena combattere. O, seguendo Jean Cocteau, il tango è un fuoco di paglia; che durerà.

Michela Fregona, 2001

 



 

 

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