A Evaristo Carriego

A Evaristo Carriego
di Jean Fajean

frammento tratto da TQR n. 15 - 26 gennaio 2008

 


Ciò che i teologi cattolici avrebbero chiamato transustanziazione di A Evaristo Carriego, si produce per la prima volta in pubblico nel marzo 1996. Prodigio non appurato da quella remota cristianità è che a dare corpo e sangue alla musica in questo caso sono due terrestri. Una transustanziazione lunfarda dunque, al revés; grazie alla quale, la missione affidataci dalla parabola cassidica citata dal Moplo può dirsi compiuta: “abbiamo fatto vedere al Padre che i suoi bambini sanno danzare anche al buio”. Anzi: con la coreografia di A Evaristo Carriego di Mariachiara Michieli e Alejandro Aquino, al Padre abbiamo fatto vedere anche di più.
Le premesse risalgono ad anni lontani, al racconto di una “dura e calda felicità” scritto da Julio Cortàzar nel 1949 e messo in scena dalla Compañia Tangueros in Milonga Boulevard nel 1996. Le Porte Del Cielo, questo il titolo del racconto, narra la drammatica storia d’amore di Mauro e Celina, un Giulietta e Romeo senza balconi e intermittenti veleni, ambientato tra i “mostri” delle classi subalterne: in primo luogo operai, piccoli commercianti e milongueros.
Ci sono tutti i temi cari a Carriego: il barrio, il patio, i buoni vicini, i balli festivi e persino le veglie funebri; la differenza è che ora, per dirla con le parole troppo rinfacciate a Cortàzar, “il fragore del bombo disturba l’ascolto dei quartetti di Bartók”. La vita di periferia, la vita ai margini della vita, sta guadagnando centralità nell’Argentina di Perón; i sottomessi di sempre vi osano alzare la testa. E’ orrendo populismo, certo; ma le emozioni di questo popolo da niente, espresse nella parlata, nella musica, nella danza, sono così violente e vere che anche Cortàzar, a quaranta anni dalla morte di Carriego, deve metterle per iscritto. E in un libro chiamato Bestiario, il folto sentire di questa esorbitanza non può essere che animalesco.
Solo che il tango, specie quello di Pugliese, non è un bombo, e l’evoluto tango-salón di questi anni, specie quello di Antonio Todaro, è tutto fuorché animalesco. Lo si vede bene alcuni decenni più tardi, quando Mariachiara e Alejandro, eredi diretti di quei due grandi creatori, scelgono A Evaristo Carriego per il tema d’amore di Mauro e Celina. Del resto, lo hanno già scelto per il proprio. Molte e senza misura sono infatti le notti che hanno passato a ballarlo nella loro stanzetta di Congreso, a visualizzarne ogni dettaglio, a incarnarne ogni nota. Cosicché, quando lucente di manifattura si dà a vedere in pubblico teatro, la coreografia è in realtà l’esito di un processo che dura da quasi dieci anni: da quando, cioè, A Evaristo Carriego in persona ha avocato per competenza territoriale Mariachiara a Buenos Aires. Attenzione però: la ricchezza della coreografia non scaturisce dall’affinità delle vicende o dalla concordanza delle colonne sonore. Mariachiara e Alejandro non dicono come Flaubert: Mauro e Celina c’est nous! Ma, più significativamente, ne ballano i sogni e le aspirazioni, danno corpo a quel qualcosa che non è visibile, entrano in definitiva “in una più alta e più grande canzone”. Danzare per loro vuol dire sognare in un’altra lingua, e, nello stesso tempo, dare alla musica quel senso di vita vissuta senza il quale tutto il tango, anche A Evaristo Carriego, non è che intrattenimento o, peggio, una più fraudolenta simulazione.
Il debutto in società del primo Carriego ballato della storia, avviene all’Arena Del Sole di Bologna, con la musica dal vivo dell’Orchestra Color Tango. La scena è una milonga vuota, tra pile di sedie abbandonate e fondali rossi di lontani incendi. Rossi sono anche il vestito di Celina, il batticuore di Mauro e il fuoco sempre più vicino; rosso è il sangue che sta per confondersi.
L’ebbrezza tecnica di Mariachiara e Alejandro è manifesta fin dallo stupefacente dispositivo iniziale che scompone e ricompone, in rima baciata con la musica, i due corpi in uno solo. E’ o non è sempre stata quella del corpo glorioso l’incantevole meta del tango? Ebbene, eccola qui, finalmente possibile. Questo tango squassa e redime le piccole cose degli uomini, mentre dentro e intorno a loro tutto brucia. Riecco La Canción del Barrio feroce eppure solidale, il destino di stelle contrarie, le barricate di coriandoli dell’umana commediola. Violini e bandoneones si intrecciano e si annodano come i nostri ricamati amori, nell’antica emozione del fluire insieme, nella “messa eretica” del fondersi in un corpo solo.
Non c’è che dire: la leggerezza vellutata di questi passi terreni, la grazia integralmente umana delle sospensioni aeree e delle elevazioni, la corporeità fastosa delle movenze, sono una bella rivincita per l’aldiquà. Questa terra, caro Padre, è l’unico posto dove vogliamo essere subito vivi e veri. E allora siano lodate finanche le nostre superfici, la gravità dolorosa del filo a piombo, il suolo cui tendiamo senza gemere. Pur schiacciati e accecati, pur annaspando nel buio del tuo immenso coperchio di ori e di smalti, i “tuoi bambini” sono ancora capaci di estasi.
Perlomeno di tanto in tanto: in questo caso una trentina di volte. L’11 agosto 1996, notte fatalmente di Santa Chiara, Mariachiara e Alejandro ballano l’ultimo A Evaristo Carriego prima dello strappo definitivo. Da allora Mariachiara non ha più voluto ballare in palcoscenico: troppa distanza separa l’orgoglioso splendore del suo tango dal bel prodottino in voga da qualche anno a questa parte. Grande è l’entusiasmo per il tango oggi a Cialtronia e illimitate sono le retrovie dove persino la gramigna trova mestiere e medagliette. Ma l’avamposto di Mariachiara e Alejandro continua a resistere, a essere l’altrove e l’altrimenti. Tra merci e macerie, sterpi e lamiere fumanti, il loro A Evaristo Carriego svetta ancora, dopo undici e passa anni, come il gonfalone di imprendibili assediati.

 

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