Ciò che i teologi cattolici avrebbero chiamato
transustanziazione di A Evaristo Carriego, si produce
per la prima volta in pubblico nel marzo 1996. Prodigio non
appurato da quella remota cristianità è che a
dare corpo e sangue alla musica in questo caso sono due terrestri.
Una transustanziazione lunfarda dunque,
al revés; grazie alla quale, la missione affidataci
dalla parabola cassidica citata dal Moplo può dirsi compiuta: “abbiamo
fatto vedere al Padre che i suoi bambini sanno danzare anche
al buio”. Anzi: con la coreografia di A Evaristo Carriego di
Mariachiara Michieli e Alejandro Aquino, al Padre abbiamo fatto
vedere anche di più.
Le premesse risalgono ad anni lontani, al racconto di una “dura e calda
felicità” scritto da Julio Cortàzar nel 1949 e messo in scena
dalla Compañia Tangueros in Milonga Boulevard nel 1996. Le Porte Del Cielo,
questo il titolo del racconto, narra la drammatica storia d’amore di Mauro
e Celina, un Giulietta e Romeo senza balconi e intermittenti veleni, ambientato
tra i “mostri” delle classi subalterne: in primo luogo operai,
piccoli commercianti e milongueros.
Ci sono tutti i temi cari a Carriego: il barrio, il patio, i buoni vicini,
i balli festivi e persino le veglie funebri; la differenza è che ora, per
dirla con le parole troppo rinfacciate a Cortàzar, “il fragore
del bombo disturba
l’ascolto dei quartetti di Bartók”. La vita di periferia,
la vita ai margini della vita, sta guadagnando centralità nell’Argentina
di Perón; i sottomessi di sempre vi osano alzare la testa. E’ orrendo
populismo, certo; ma le emozioni di questo popolo da niente, espresse nella parlata,
nella musica, nella danza, sono così violente e vere che anche Cortàzar,
a quaranta anni dalla morte di Carriego, deve metterle per iscritto. E in un
libro chiamato Bestiario, il folto sentire di questa esorbitanza non può essere
che animalesco.
Solo che il tango, specie quello di Pugliese, non è un bombo,
e l’evoluto tango-salón di questi anni, specie quello di Antonio
Todaro, è tutto fuorché animalesco. Lo si vede bene alcuni decenni
più tardi, quando Mariachiara e Alejandro, eredi diretti di quei due
grandi creatori, scelgono A Evaristo Carriego per il tema d’amore di
Mauro e Celina. Del resto, lo hanno già scelto per il proprio. Molte e
senza misura sono infatti le notti che hanno passato a ballarlo nella loro stanzetta
di Congreso, a visualizzarne ogni dettaglio, a incarnarne ogni nota. Cosicché,
quando lucente di manifattura si dà a vedere in pubblico teatro, la coreografia è in
realtà l’esito di un processo che dura da quasi dieci anni: da quando,
cioè, A Evaristo Carriego in persona ha avocato per competenza
territoriale Mariachiara a Buenos Aires. Attenzione però: la ricchezza
della coreografia non scaturisce dall’affinità delle vicende o
dalla concordanza delle colonne sonore. Mariachiara e Alejandro non dicono
come Flaubert:
Mauro e Celina c’est nous! Ma, più significativamente,
ne ballano i sogni e le aspirazioni, danno corpo a quel qualcosa che non è visibile,
entrano in definitiva “in una più alta e più grande canzone”.
Danzare per loro vuol dire sognare in un’altra lingua, e, nello stesso
tempo, dare alla musica quel senso di vita vissuta senza il quale tutto il
tango, anche A Evaristo Carriego, non è che intrattenimento o, peggio,
una più fraudolenta simulazione.
Il debutto in società del primo Carriego ballato della storia,
avviene all’Arena Del Sole di Bologna, con la musica dal vivo dell’Orchestra
Color Tango. La scena è una milonga vuota, tra pile di sedie abbandonate
e fondali rossi di lontani incendi. Rossi sono anche il vestito di Celina, il
batticuore di Mauro e il fuoco sempre più vicino; rosso è il
sangue che sta per confondersi.
L’ebbrezza tecnica di Mariachiara e Alejandro è manifesta fin dallo
stupefacente dispositivo iniziale che scompone e ricompone, in rima baciata con
la musica, i due corpi in uno solo. E’ o non è sempre stata quella
del corpo glorioso l’incantevole meta del tango? Ebbene, eccola qui,
finalmente possibile. Questo tango squassa e redime le piccole cose degli uomini,
mentre
dentro e intorno a loro tutto brucia. Riecco La Canción del Barrio feroce
eppure solidale, il destino di stelle contrarie, le barricate di coriandoli
dell’umana
commediola. Violini e bandoneones si intrecciano e si annodano come i nostri
ricamati amori, nell’antica emozione del fluire insieme, nella “messa
eretica” del fondersi in un corpo solo.
Non c’è che dire: la leggerezza vellutata di questi passi terreni,
la grazia integralmente umana delle sospensioni aeree e delle elevazioni, la
corporeità fastosa delle movenze, sono una bella rivincita per l’aldiquà.
Questa terra, caro Padre, è l’unico posto dove vogliamo essere subito
vivi e veri. E allora siano lodate finanche le nostre superfici, la gravità dolorosa
del filo a piombo, il suolo cui tendiamo senza gemere. Pur schiacciati e accecati,
pur annaspando nel buio del tuo immenso coperchio di ori e di smalti, i “tuoi
bambini” sono ancora capaci di estasi.
Perlomeno di tanto in tanto: in questo caso una trentina di volte. L’11
agosto 1996, notte fatalmente di Santa Chiara, Mariachiara e Alejandro ballano
l’ultimo A Evaristo Carriego prima dello strappo definitivo.
Da allora Mariachiara non ha più voluto ballare in palcoscenico: troppa distanza
separa l’orgoglioso splendore del suo tango dal bel prodottino in voga
da qualche anno a questa parte. Grande è l’entusiasmo per il tango
oggi a Cialtronia e illimitate sono le retrovie dove persino la gramigna trova
mestiere e medagliette. Ma l’avamposto di Mariachiara e Alejandro continua
a resistere, a essere l’altrove e l’altrimenti. Tra merci e macerie,
sterpi e lamiere fumanti, il loro A Evaristo Carriego svetta ancora,
dopo undici e passa anni, come il gonfalone di imprendibili assediati.
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