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I navigatori inciamparono per nebbie nelle scogliere lontane
e, per quanto tirassero corde e funicelle, a comandi disperati
che il vento copriva, a fronte pallida e madida, la nave
non ubbidiva più se non all’onda e alla risacca.
Chi raccolse preziose farfalle e ne fece dono, morendo, al
patrio museo: altri regalarono collezioni di gufi, di scarafaggi,
di lucertole sotto spirito, di lucenti cristalli. Chi fu
cadetto alle Indie; chi sottrasse cose ricche sui treni celeri;
chi, cacciato per monti deserti come un cane lebbroso, fu
raggiunto dal moschetto di alti carabinieri: e finalmente
poté riposarsi. Chi si coniugò con danarose;
chi bevve orina in Africa; chi dipinse corride di tori; chi
cospirò per liberare gli oppressi, tutti gli oppressi,
ma ahimè! non riuscì a liberarne che tre o
quattro. Chi imbrogliò i creditori; chi fu duro e
altezzoso coi vinti; chi falso e astuto coi vincitori; chi
bastonò lungamente la moglie; chi dedicò tutta
la vita al progresso della democrazia; chi, sobillato da
neri gesuiti, lasciò negli eredi un pessimo ricordo
di sé. Chi fu inventore di brevetti; chi ponderò le
cose profonde e ne derivò sistemi filosofici, che
impressero il loro segno alla vita per quattro o cinque anni.
Chi fece bagni di mare; chi fu operato da illustri chirurghi;
chi durò quindici anni in lite per una causa di confino;
chi trenta e più; chi, datosi ai liquori, si calcinò precocemente
le più importanti arterie; chi fu musico delle alate
speranze, dei fuggevoli sogni; chi fu colto in un sottoscala
a commettere scorrettezze; chi scrisse giambi contro tiranni,
che non li lessero; chi commerciò in salumi, pur dilettandosi
di telefonia; chi, mentre accompagnava la suocera a casa,
il lunedì di Pasqua, rovinò con lei e la vettura
nel sottostante burrone; chi sparì “nel mare
profondo”.
Carlo Emilio Gadda, 1921
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